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Sala Madonna del Carmine

Da sempre il culto cristiano si esprime anche attraverso le PROCESSIONI: il procedere ordinato e solenne di tutto il POPOLO DI DIO verso una meta.

Con la crisi dei grandi pellegrinaggi, le frequenti guerre negli stati europei e le spinte di rinnovamento portate dagli ordini religiosi, le processioni divengono una sorta di “mini-pellegrinaggio”, dove si può esprimere ancor più significativamente l’immagine di “Chiesa = popolo in cammino”. Tutto il popolo procede dietro la croce di Cristo che apre ogni corteo e si suddivide ordinatamente secondo le appartenenze che esibiscono le proprie divise ed insegne, cantando e pregando come “un cuor solo ed un’anima sola”... Confraternite, gruppi laicali, religiosi, clero… Anche i morti sono resi presenti esponendo i loro ritratti di benefattori delle varie istituzioni! Nel medesimo riproporsi annuale di percorsi e di immagini, pur nel contingente ricambio delle persone, le processioni uniscono idealmente un unico plurisecolare cammino. In mezzo al procedere è portata l’immagine della Madonna o del santo patrono.  Le processioni divengono una grande “esibizione” (non necessariamente solo in termini negativi) di tutta la società del tempo. Dal XVII secolo in questo luogo è particolarmente sentita la devozione verso la Madonna del Carmine che si celebra con una processione solenne il 16 luglio di ogni anno. Spesso le processioni più coinvolgenti si svolgono in occasione del Corpus Domini oppure nel periodo della Settimana Santa e si affiancano alle rievocazioni della Passione e Morte di Cristo: è il caso delle “Parlate” di Entracque (Valle Gesso) dove la processione si snoda lungo le vie del paese, illuminate con lumi e torce; ad essa partecipano tutti gli attori, recando gli strumenti della Passione, e il popolo che accompagna l’Urna del Cristo cantando il Miserere e lo Stabat Mater. 

Il monte Carmelo è un luogo di grande valore simbolico nell’antico testamento, oasi di ristoro fisico e spirituale (Karmel=giardino fiorito), legato soprattutto al profeta Elia che qui trova un vero e proprio rifugio. Geograficamente si tratta del promontorio, situato accanto all’odierna Haifa, un vero e proprio giardino rigoglioso, situato in un’area tradizionalmente desertica. I crociati trovano qui alcune forme di vita eremitica nate su ispirazione della vita di Elia che ben presto maturano in ambito cristiano anche forme comunitarie e monastiche. Una serie di apparizioni della Vergine Maria spinge la formazione di un vero e proprio ordine monastico, che da qui prendono il nome: i Carmelitani. Essi invocano Maria come Regina del Monte Carmelo, o più popolarmente quale Madonna del Carmine. La successiva diffusione dell’Ordine espande il culto in tutta Europa ed in America Latina. La Vergine è raffigurata nell’atto di offrire uno scapolare, cioè due piccoli pezzi di stoffa (spesso di colore marrone scuro, proprio dell’Ordine) uniti fra loro con due bande sottili, atti ad essere indossati sulle scapole. Il gesto è simbolico; lo scapolare era un tempo una sorta di grembiule da lavoro: chi accetta di “vestire il servizio”, ispirandosi a Maria, trova la strada per vivere il Vangelo (realizzando quel rivestirsi di Cristo che é il Vangelo). La devozione alla Madonna del Carmelo a Cuneo è attestata nella Confraternita di San Sebastiano a partire dal 1606, anno in cui viene fondata la compagnia: non è casuale che nei documenti si ritrovi, nel medesimo periodo, la commissione di un nuovo gonfalone processionale dedicato alla Madonna.

Lo stendardo processionale

Ambito del Moncalvo, Stendardo processionale, inizio del XVII secolo, olio su tela. 

All’inizio del XVII secolo la Confraternita di San Sebastiano commissionò al pittore Moncalvo a realizzazione di due stendardi processionali, il primo dei quali, per la processione solenne” con le figure della Madonna del Carmine, San Sebastiano e altri santi grande, ornato con lavori d’oro e frangie” risulta già terminato alla ne del 1606. Si trova notizia del secondo nell’Inventario del giugno 1662, come “[…] altro anche della Vergine che si suole portar al tempo di qualche sepoltura”. Cinquant’anni più tardi l’Ordinato dell’8 aprile 1663 prescrive che “per le processioni che si fanno ogni quarta domenica del mese si potrebbe portar quello che al presente si tiene per la festione dei morti; stanteché resta di mano medesima del peritissimo et eccellente pittore che ha fatto l’altro”, indicando così nel Caccia il medesimo autore per i due stendardi, il più piccolo dei quali viene infine citato nell’inventario del 30 settembre 1683 come “altro con la Vergine e le anime purganti”. Il degrado a cui vanno incontro gli stendardi portò negli stessi anni i Confratelli ad eseguirne una copia: ne seguì, sin dall’inizio del XVIII, la perdita delle tracce nei documenti degli stendardi originali del Moncalvo. I confronti con altre opere simili – ad esempio la tela di identico soggetto esposta al Museo della Confraternita di Acceglio – fanno pensare ad un riutilizzo di modelli precostituiti all’interno della bottega di Moncalvo, forse da parte di collaboratori o della figlia Orsola Maria, pittrice. Il Moncalvo è presente in città con altre opere su tela come la Santa Lucia della Cattedrale, il San Diego di Alcalà al Santuario della Madonna degli Angeli e l’affresco staccato con la Natività della Vergine, oggi conservato presso la Fondazione CRC.

Guglielmo Caccia detto il Moncalvo

Nato probabilmente nel 1568 a Montabone, iniziò la carriera nel modesto ambiente artistico casalese alla metà degli anni ’80; il soprannome gli deriva dall’abituale residenza nel piccolo centro dell’astigiano. Alla formazione piemontese seguì forse un viaggio a Bologna (dove conobbe le opere dei Carracci). Dal 1605 inizia il felice sodalizio con Carlo Emanuele I, per il quale lavora al palazzo del Viboccone e per la grande galleria di Palazzo Ducale a Torino (entrambi distrutti). In seguito sarà molto impegnato anche in Lombardia. Buona parte delle opere tarde mostra interventi della figlia Orsola Maddalena, anch’ella pittrice; molti sono i prototipi replicati ed i lavori di bottega, sempre caratterizzati da toni delicati e colori trasparenti e tenui. La morte dell’artista è registrata nei libri parrocchiali di Moncalvo in data 13 novembre 1625.

Le devozioni

Nel linguaggio contemporaneo il termine devozione ha spesso un’accezione negativa o parziale rispetto alla Fede. In realtà si tratta di ogni atteggiamento interiore (tradotto poi in gesti, segni e parole) che esprima l’amore nei confronti di Dio (fino a risvolti mistici o estatici) e del prossimo. Nella “Introduzione alla vita devota” San Francesco di Sales ad inizio ‘600 scrive: “La vera e viva devozione non è altro che un vero amore di Dio. La devozione deve essere praticata in modo diverso dal gentiluomo, dall’artigiano, dal domestico, dal principe, dalla vedova, dalla donna non sposata e da quella coniugata. La devozione non distrugge nulla quando è sincera, ma anzi perfeziona tutto”. Tali intuizioni straordinarie portarono ad un grande rinnovamento della vita cristiana. Le grandi predicazioni degli ordini riformarti dal Concilio di Trento e di quelli da esso nati (Gesuiti, Teatini), unite alle nuove forme artistiche del barocco, svilupparono, in poche decine di anni, un’incredibile vivacità di “devozione” legata all’imitazione della vita di Cristo, di Maria e dei Santi, da coniugare con le specifiche esigenze e condizioni sociali, lavorative, di salute, di età. La Madonna divenne sempre più il modello per ogni donna di qualunque età e grado sociale, quale bambina, vergine, sposa, madre, vedova; il Cristo crocifisso simboleggiava la fonte di sopportazione per ogni sofferenza umana; la vita dei santi divenne identificativa per ogni persona, categoria e professione. Appartenere ad un gruppo organizzato, come una confraternita,significò, da questo momento, trovare incentivo a sviluppare un cristianesimo concreto, occupandosi di tutti gli aspetti più problematici della vita: istruzione, assistenza di poveri, orfani, vedove, ammalati, carcerati, morti, secondo le esigenze delle Opere di Misericordia. Si moltiplicarono di conseguenza divise, oggetti sacri, insegne, scapolari,immagini. Le processioni diventarono più che mai uno dei momenti di massima espressione da parte di tutta la società delle proprie esigenze, appartenenze, proposte e della propria Fede.

La Madonna di Loreto

Ambito piemontese, Madonna di Loreto, XVIII secolo | Olio Su tela

Sul retro del dipinto è scritto: “Li 10 febr. 1816 Nella medesima abitazione del Nostro Santo padre cioè Pio VII in Roma seguì la benedizione del presente quadro rapresentante la Vergine SS. di Loretto. Quindi poi fu portato il presente quadro a loretto il 15 di Marso la quale Si è lasciato dentro nella medesima S. casa di loreto pendente una notte intiera sino alli 16 di detto mese esendo custode di detta Santa Casa Giu[...] Brancha (?) li 20 marso [...] Cuneo fe[...]”

Madonna addolorata

Ambito piemontese, Madonna addolorata, XVIII secolo | Legno scolpito, intagliato, dipinto

Non si tratta di una statua interamente scolpita, ma di una immagine “da vestire” in cui sono rifinite e dipinte solo le parte visibili (mani e viso), mentre il resto dell’opera è una sorta di manichino. Il vestito è probabilmente un abito da sera offerto in dono alla Madonna da una devota.

Madonna Addolorata con Cristo morto

Bottega dei Botta, Madonna addolorata con cristo morto, Prima metà XVIII secolo | Olio su tela

L’opera è stilisticamente riconducibile alla bottega dei Botta, una conosciuta famiglia di pittori cuneesi. L’iconografia del dipinto è piuttosto particolare,poiché unisce l’immagine della Madonna trafitta da spade (Madonna dei Sette Dolori) alla vera e propria Pietà (Gesù Cristo morto disteso in grembo alla madre).

Madonna Addolorata

Nel corso della storia i credenti hanno invocato in tanti modi la Madre di Gesù, proprio come in famiglia ci sono mille vezzeggiativi per chiamare la mamma. Alcuni titoli sono legati ad apparizioni (Madonna di Lourdes), altri allo speciale rapportarsi con Gesù (Madre di Misericordia), altri ancora a momenti della vita e del mistero di Maria (Immacolata, Assunta). Ogni invocazione (pensiamo alle litanie) nasce da una particolare esperienza di un gruppo di credenti o di una comunità monastica che poi la comunicarono (predicazione) per il bene di tutti (devozione).Il titolo più antico (e fondamentale) è “Madre di Dio”, con cui la Chiesa invoca Maria fin dal IV secolo. “Madonna” è di origine medievale ed era l’appellativo dato ad ogni donna di rango. Furono i “Servi di Maria” (gruppo di frati nati nel XIII secolo) ad indicare l’Addolorata alla devozione comune. I “dolori” sono tradizionalmente sette, un numero simbolico che indica la totalità, e sono legati alle sofferenze del Figlio Gesù, dalla sua circoncisione alla sua morte. Nel Vangelo di Giovanni, Maria è ai piedi della croce, soffre fino in fondo con il Figlio che soffre. L’Addolorata è raffigurata vestita di nero, ha le lacrime agli occhi, ha una spada (o sette) che le trafiggono il cuore (come predisse Simeone nel Vangelo “una spada ti trafiggerà l’anima”).

Scene della Passione

Giovanni Battista Bruno, Scene della passione, prima Metà XVII secolo | Olio Su tela

Il tema della Passione è di fondamentale importanza per la fede cristiana poiché rappresenta il punto di contatto tra il Divino e l’uomo; attraverso la sofferenza e la morte del figlio di Dio l’uomo avrà la garanzia di salvezza divina. Questo è il tema che Giovan Battista Bruno rappresenta nelle due tele in museo “Cristo che incontra la Veronica”e “Cristo inchiodato alla croce”. Per l’artista la lettura empatica ed il legame psicologico delle sue rappresentazioni sono molto importanti, infatti i protagonisti di questi quadri sono posti in primo piano con dimensioni tali da creare l’effetto di fuoriuscire dalla cornice a creare quasi un contatto con lo spettatore. Nel primo quadro il richiamo empatico è evidenziato dalla triangolazione della scena dove la luce posta sul velo della Veronica ne accentua la dolcezza mettendo in contrasto i tratti duri degli armigeri che il Bruno fa risaltare con veloci pennellate. Il dipinto manifesta un livello formale alto, si leggono i termini del compromesso fra tendenza classicista e naturalismo caravaggesco; l’artista, con un raffinato virtuosismo, descrive le lacrime sul volto della Veronica ponendolo in colloquio con quello del Cristo descritto con un realismo sorprendente: le gocce di sangue che imperlano la fronte, la tunica rossa ad indicare la passione, la spalla che sostiene il peso della croce, il volto sereno e il dolce sguardo di affettuosa tristezza che sembra essere più preoccupato di ciò che accadrà agli altri piuttosto che a se stesso. Inoltre la centralità del quadro è sottolineata dalla gestualità delle mani dei vari protagonisti, che con il loro contatto creano un cerchio immaginario ponendo al suo centro il volto del Cristo. A chiudere il dipinto, in uno sfondo irreale, Bruno rappresenta, con ricche pennellate, delle figure tese in un colloquio assente. Nel secondo quadro “Cristo inchiodato alla croce” la figura cristologica è posta diagonalmente quasi a dividere in due registri la scena del quadro; sullo sfondo vediamo un gruppo di persone tra cui dei soldati e la Madonna, che danno l’impressione di essere isolati, assenti, come non facessero parte in quel momento della scena, mentre nella parte inferiore del dipinto la scena è movimentata producendo drammaticamente la sensazione di contrapposizione fra l’indifferenza dei quattro carnefici intenti a finire al più presto il loro lavoro e lo stato di rassegnata sofferenza spirituale, più che fisica, del Cristo. La rappresentazione è resa ancora più drammatica dall’uso della gamma cromatica e dalla stesura pittorica tipica dell’artista detta “ a macchia”. Lo sfondo neutro, su cui è costruita tutta la scena, rimarca la psicologia dei personaggi in primo piano accentuandone i tratti e le caratteristiche. Nel registro del 1662 si dice che i due grandi quadri stavano appesi nel presbiterio, ai lati dell’ancona del Molineri. Anche sulla base delle indicazioni presenti negli inventari della confraternita, la critica aveva finora attribuito stilisticamente le tele alla bottega dei fratelli Bruno, attivi in area cuneese nella prima metà del XVII secolo. L’intervento di restauro terminato nel maggio 2012, ha permesso di trovare la firma del solo Giovanni Battista (nascosta dalla cornice lignea dorata) il che costituisce un importante punto di riferimento per lo studio della maniera della bottega. Secondo gli inventari e le fonti storiche, i due fratelli avrebbero realizzato per la confraternita di San Sebastiano un intero apostolato composto da sedici tele, un quadro dell’Assunta “fatto a nicchia” e due piccole pitture raffiguranti San Lorenzo e Santo Stefano. Vale la pena ricordare che in città i Bruno realizzarono anche gli importanti teleri con le storie della Croce per l’omonima confraternita, firmati e datati “Iulius et io Baptista Fratres de Bruni pingebant anno MDCXXVI”.

I fratelli Bruno

Giulio Bruno, pittore seicentesco piemontese,lavora a Genova dapprima presso la bottega di Lazzaro Tavarone, poi presso Giovanni Battista Paggi dove matura artisticamente. La “maniera a macchia” descritta nella biografia di Raffaele Soprani (1674) lo renderà molto gradito ad alcuni estimatori tra cui Giovanni Carlo Doria grande collezionista d’arte. Nel 1625 abbandona Genova per motivi politici, tornato in Piemonte lavora con il fratello Giovanni Battista per varie committenze cuneesi. Ad oggi non si è ancora in grado di differenziare Giulio da Giovanni Battista anche se risultano evidenti interventi di entrambi in varie opere.

Le Confraternite

Sulla spinta degli ordini dedicati alla predicazione (francescani, domenicani, carmelitani) a partire dal XII secolo si sviluppò un grande risveglio religioso e presto gruppi di laici decisero di vivere forme comunitarie di impegno nella preghiera e nella carità. Nacquero le Confraternite, gruppi di persone che si riconoscevano “con-fratelli”. Ciascuna a poco a poco si strutturò con un proprio oratorio, una specifica forma di servizio ed una divisa. Le confraternite sono una delle forme più antiche di associazioni pubbliche di fedeli cristiani, a cui possono iscriversi sia laici che religiosi, con finalità di formazione e sostegno alla propria vita spirituale, di promozione di aspetti specifici di culto pubblico, di servizio apostolico o caritativo. Per godere di riconoscimento giuridico ecclesiastico le confraternite devono essere approvate da un vescovo a dalla Santa Sede, dotarsi di uno statuto e di propri moderatori eletti secondo gli statuti, mantenere un elenco degli aderenti e prepararli con opportuno periodo di noviziato, render conto regolarmente della gestione delle proprie attività sia all’assemblea degli aderenti sia all’autorità ecclesiastica. Su questa base le confraternite hanno costituito proprie chiese, fondato, diretto ed animato ospizi per pellegrini, ospedali, orfanotrofi e svariate forme di opere di misericordia, tanto che in molte regioni sono note come“Misericordia”. A Cuneo sono state presenti varie confraternite dal secolo XII in poi, ma tre sono state quelle che hanno avuto sede autonoma in un proprio oratorio, con attività plurisecolare: la confraternita di San Giacomo per i pellegrini, evolutasi poi in San Sebastiano per gli appestati; quella di Santa Croce dedita ai malati, ai poveri e ai bambini abbandonati; quella di San Giovanni Decollato o della Misericordia per l’assistenza ai condannati a morte e alle loro famiglie, in particolare ai loro orfani. La Chiesa riformò confraternite e compagnie (altre forme di associazione laicale) con il Concilio di Trento, riconoscendone una forte autonomia e queste trovarono un nuovo impulso che le portò ad incaricarsi di tutti gli ambiti che oggi riconosciamo come pubblici o sociali (ospedali, carceri, orfanotrofi, forme assicurative, di prestito finanziario). Soprattutto nel XVII secolo questi gruppi crebbero numericamente ed in quanto a prestigio sociale (le confraternite maggiori esprimevano loro membri quali consiglieri in ambito comunale, giudiziario ecc). Anche oggi le confraternite continuano ad operare per il bene delle comunità e spesso sono state ricostituite con compiti adeguati all’attualità, come è accaduto negli ultimi anni per la Confraternita di San Giacomo (assistenza al Cammino di Santiago) e per la Misericordia (assistenza di primo soccorso).

SANTA CROCE

Una “Società dei Raccomandati della Vergine Maria”, presente in Cuneo già nel 1290 presso il convento di San Francesco, i dedicava alla preghiera mariana e alla cura dei poveri malati e nel 1319 fondò un spedale. Nel 1424 ad esso ne vennero inglobati, per decreto del vescovo di sti, altri tre, formando l’“Ospedale dei Disciplinanti di Santa Croce”. Per sei secoli la confraternita fece fiorire attorno alla chiesa di Santa Croce, ricostruita nel 1710-12 nell’attuale edificio, l’ospedale, il Monte di Pietà, l’accoglienza di pellegrini e orfani. Nel 1960 l’ospedale ebbe la nuova sede.

SAN GIACOMO E SAN SEBASTIANO

L’origine della confraternita di San Giacomo, con un oratorio posto pressa antica pieve di Santa Maria, si perde nei tempi; la sua presenza fin dai primordi di Cuneo, è attestata dall’epigrafe tombale del prete di S. Giacomo, nel 1211. Era luogo di accoglienza di pellegrini, fondata a ex-pellegrini. Verso il 1481, col declino dei pellegrinaggi, la confraternita si dedicò alle emergenze delle peste, aggiungendo a devozione a San Sebastiano. Nel 1606 costituì la compagnia della Madonna del Carmine, che divenne la nuova anima della chiesa fino ai tempi recenti.

SAN GIOVANNI DECOLLATO DELLA MISERICORDIA

Nel 1595 si formò anche a Cuneo una confraternita della Misericordia, edita all’assistenza dei carcerati e dei condannati a morte. Ebbe sede in un oratorio non lontano dalle forche in cui i eseguivano le condanne e provvide al 1633 alla gestione di una casa per le orfane dei condannati. La chiesa, dedicata san Giovanni Decollato, ebbe nuove forme nel 1727, costituendovi accanto un uovo orfanotrofio. Con le soppressioni napoleoniche la confraternita ed ospizio vennero collocati nel ex-convento dell’Annunziata, assieme all’Ospizio di Carità. Chiuse l’attività nel 1961.