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Cappella Reliquie

La chiesa primitiva riconosce nei MARTIRI (coloro che danno la vita per testimoniare il Vangelo) le persone più somiglianti al Cristo, per questo si prende cura dei loro sepolcri e li proclama “SANTI” cioè simili a Gesù e quindi chiamati a RISORGERE.

 

Presto si individua la stessa coraggiosa testimonianza anche in persone che vivono “straordinariamente” la loro vita pur senza giungere al martirio (la Vergine Maria per esempio). Il primo santo non martire fu san Martino, Vescovo di Tour, grazie alla sua straordinaria carità (di cui il celebre episodio del mantello è un simbolo eloquente) ed alla sua infaticabile opera di annuncio evangelico. I corpi dei santi sono quindi considerati segni di Cristo e sulle loro tombe fioriscono segni prodigiosi. Con l’espandersi della Chiesa si moltiplicano le reliquie (letteralmente “frammenti”) legati ai corpi di santi, per portare fin nelle più piccole comunità le “prove” letteralmente in “carne ed ossa” che molte persone già hanno vissuto come Gesù e quindi questo è possibile per tutti. Si considerano testimonianze valide anche gli oggetti (legati magari al martirio) o i luoghi (chiamati in questo senso “santi” anch’essi). La crescente richiesta di reliquie porta ad una infinita loro frammentazione (particelle sempre più minute di ossa) oppure alla venerazione di oggetti che messi a contatto con esse diventano a loro volta reliquie (in questo senso sono da considerare la maggior parte delle reliquie legate per esempio alla Croce di Cristo). Non possiamo oggi cogliere appieno l’importanza che i credenti attribuirono anticamente alle reliquie; alcuni fenomeni generano a volte anche fanatismo e superstizione, tanto da diventare uno dei capisaldi della contestazione di Lutero, per questo la Chiesa Romana, dopo il Concilio di Trento, si curerà sempre più di una loro corretta venerazione attraverso ricognizioni dei Vescovi e documenti di accompagnamento per attestarne la veridicità.

Gli antropologi concordano che la nascita del concetto di “storia” inizia quando l’uomo comincia ad avere cura della sepoltura (o altra forma di inumazione) del proprio simile. Conservare memoria significa infatti ricordare e tramandare i fatti vissuti da una o più persone e conservare dei resti è, fin dalle più antiche civiltà, la prova, la testimonianza più immediata, prima ancora del documento o della scrittura. I cristiani venerano anch’essi una tomba ma che è vuota! Gesù infatti è risorto dalla morte ed ha promesso di far risorgere tutti coloro che cercheranno di vivere il Vangelo come Lui lo ha vissuto. La chiesa primitiva riconosce nei martiri (coloro che danno la vita per testimoniare il Vangelo) le persone più somiglianti al Cristo, per questo si prende cura dei loro sepolcri e li proclama “santi” cioè simili a Gesù e quindi chiamati a risorgere. Presto si individua la stessa coraggiosa testimonianza anche in persone che vivono “straordinariamente” la loro vita pur senza giungere al martirio (la Vergine Maria per esempio). Il primo santo non martire fu san Martino, Vescovo di Tour, grazie alla sua straordinaria carità (di cui il celebre episodio del mantello è un simbolo eloquente) ed alla sua infaticabile opera di annuncio evangelico. I corpi dei santi sono quindi considerati segni di Cristo e sulle loro tombe fioriscono segni prodigiosi. Con l’espandersi della Chiesa si moltiplicano le reliquie (letteralmente “frammenti”) legati ai corpi di santi, per portare fin nelle più piccole comunità le “prove” letteralmente in “carne ed ossa” che molte persone già hanno vissuto come Gesù e quindi questo è possibile per tutti. Si considerano testimonianze valide anche gli oggetti (legati magari al martirio) o i luoghi (chiamati in questo senso “santi” anch’essi). La crescente richiesta di reliquie porta ad una infinita loro frammentazione (particelle sempre più minute di ossa) oppure alla venerazione di oggetti che messi a contatto con esse diventano a loro volta reliquie (in questo senso sono da considerare la maggior parte delle reliquie legate per esempio alla Croce di Cristo). Non possiamo oggi cogliere appieno l’importanza che i credenti attribuirono anticamente alle reliquie: sant’Elena “smonta” mezza Gerusalemme per portare a Roma la scala del processo di Cristo, la colonna della flagellazione, i frammenti legati al presepe ed alla passione. I Veneziani,come i Baresi, trafugano da chiese orientali i corpi di san Marco e di san Nicola per farne il centro delle loro civiltà, mentre frate Elia nasconde così bene il corpo di san Francesco ad Assisi per timore appunto di furto, che lo si ritroverà casualmente solo dopo sei secoli. I Pisani per seppellire i loro morti portano accanto alla celebre torre pendente tonnellate di terra cavata attorno al Santo Sepolcro di Gerusalemme (ed il luogo comincia a chiamarsi da allora non più cimitero che letteralmente significa luogo del riposo ma “campo-santo”). La Basilica di Loreto e la Sainte Chapelle di Parigi sono giganteschi scrigni per custodire rispettivamente le pietre della Santa Casa e le spine della corona di Cristo. Allo stesso modo a Roma si costruisce un intero edificio per contenere la “Scala Santa”. Tali fenomeni generano a volte anche fanatismo e superstizione (alcune celebri pagine del Decamerone deridono questo tipo di religiosità), tanto da diventare uno dei capisaldi della contestazione di Lutero; per questo la Chiesa Romana, dopo il Concilio di Trento, si curerà sempre più di una loro corretta venerazione attraverso ricognizioni dei Vescovi e documenti di accompagnamento per attestarne la veridicità.

Il reliquiario di San Fabiano

Ambito piemontese, Reliquiario a cassa di San Fabiano, sec. XVII. Legno scolpito, intagliato e dorato; vetro

Tra le numerose reliquie di cui i documenti ella Confraternita recano testimonianze, quelle di San Fabiano, che la Confraternita aveva ottenuto da Roma in mancanza di quelle di San Sebastiano, appaiono in un ordinato del gennaio 1656, in cui si cita a “cascietta per l’interposizione delle ante Reliquie del glorioso martire San abiano fatta fare […] nella cui fabbrica, fattura et ogni cosa ha esso P. Paolo Scotto (consigliere) ducento e più ducati e fa d’essa cascietta copiosa donazione et alienazione a detta. Compagnia”. Alcuni mesi dopo troviamo testimonianza del disigillamento della Cassa, in cui si trova Corpo di San Fabiano”, e poco più tardi ancora sappiamo che il pittore Lelio Scaffa viene pagato per “la pitura di un’ inferiatta per la cascietta di San Fabiano”. Si tratta quindi del prezioso dono di un confratello, la cui fattura pregiata testimonia la devozione con la quale venivano considerate le reliquie del santo martire.