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La Passerella

Madonna con Bambino e Santi

Giulio e Giovan Battista Bruno, Madonna col Bambino e i santi Eligio e Giovanni Battista, prima metà XVII secolo | olio su tela

Le figure della Vergine con Gesù e i santi sono poste in primo piano, attorniate da puttini alati, mentre sotto, al centro, sono dipinti incudine e martello, attrezzi del fabbro, di cui Sant’Eligio è il patrono: da qui l’ipotesi che possa trattarsi della “icona di Sant’Eligio” ricordata in un inventario del 2 giugno1852 sull’altare dei della Società dei Serraglieri nella chiesa di San Francesco a Cuneo. L’ingresso della tela nel patrimonio della Confraternita è dunque tardo: le analogie stilistiche con i teleri di san Sebastiano e con i dipinti della Madonna col Bambino della parrocchiale di Andonno e dello Spirito Santo di Levaldigi, collocano l’opera nell’ambito dell’attività dei fratelli Giulio e Giovan Battista Bruno, attivi in San Sebastiano e Santa Croce a Cuneo nel terzo decennio del XVII secolo. La pennellata rapida e liquida contribuisce a rendere la caratterizzazione psicologica dei personaggi, che paiono sparuti e smunti, sicuramente in grado di porsi in sintonia con le comunità di devoti, che all’epoca dovevano confrontarsi con frequenti carestie e pestilenze.

Santi patroni

Il “patrono” o “protettore” particolare è un’immagine comune a molte culture e religioni. Il cristianesimo sviluppò il culto dei santi, come intermediari tra i credenti e Dio (con eccessi di fanatismo che portarono al rifiuto di tutto questo da parte della riforma iniziata da Lutero) nella convinzione che certe esperienze potessero essere meglio comprese da coloro che si trovassero nelle stesse situazioni. Inoltre, mentre in oriente si preferisce scrivere il nome del santo raffigurato sull’icona, in occidente lo si riconosce grazie al simbolo che gli si attribuisce, legato alla sua vita e spesso alla intercessione. Così chi ha mal di denti invoca santa Apollonia (che nelle raffigurazioni mostra la tenaglia con cui le furono strappati nel furore del martirio), i sarti pregano sant’Omobono, che fu sarto e viene raffigurato con le forbici, i contadini guardano al contadino sant’Isidoro. Nel Medio Evo, i lavoratori iniziarono ad organizzarsi in corporazioni e ciascuna elesse un patrono legato alla propria professione. Fabbri ed orafi scelsero sant’Eligio, un orafo francese del VI-VII secolo poi eletto vescovo. Il suo segno di riconoscimento è l’incudine. Le corporazioni si svilupparono fino alle soglie del XX secolo.

Immacolata e santi

Sebatiano Taricco, Immacolata e santi, 1680 ca. | Olio su tela

Le figure principali sono disposte in rimo piano in posizione triangolare. l centro della scena risalta la Vergine Immacolata circondata da una nube luminosa di puttini alati, mentre ai lati n posizione ribassata i due santi letti alla critica come Giorgio e Bernardo, a cui identificazione non è tuttavia del tutto certa. Sulla sinistra il santo monaco in vesti bianche e con una lunga barba potrebbe rappresentare San Bernardo più verosimilmente di San Romualdo, monaco benedettino dell’XI secolo, che olle riformare l’ordine dando vita ai Camaldolesi. Il santo in abiti militari con il vessillo crociato, è stato fino ad oggi identificato con San Giorgio, anche se non è da escludere che si tratti di uno dei martiri tebei il cui culto è fortemente diffuso in area cuneese. In assenza di documentazione, il dipinto viene attribuito al Taricco per ragioni stilistiche e collocato cronologicamente nella fase più matura del pittore, intorno agli anni Ottanta del Seicento, quando le intemperanze giovanili si sono ormai acquietate, la pennellata e le fisionomie sono più composte. In via ipotetica, la tela è stata identificata con la pala d’altare proveniente dall’altare di patronato delle famiglie Bruno di Samone e Berutti nella chiesa di San Francesco, menzionata nell’inventario del 1802; l’opera sarebbe confluita a San Sebastiano a seguito delle soppressioni di epoca francese. 

Sebastiano Taricco

La carriera di Sebastiano Taricco si dipana tra la provincia cuneese e Torino con un percorso non sempre definito e regolare. Il pittore nasce a Cherasco intorno al 1645. I dati di stile suggeriscono una prima formazione sugli insegnamenti dei pittori locali (Molineri, Moncalvo e Claret) e sui modelli appresi presso i cantieri della corte torinese. Dopo una serie di commissioni in area cuneese, l’incontro con Andrea Pozzo, attivo nella Chiesa di San Francesco Saverio a Mondovì tra 1676 e 1678, segna profondamente lo stile dell’artista nella sua stagione più matura. La brillante gamma cromatica e il gioco illusionistico delle quadrature del Pozzo rivitalizzano lo stile di Taricco. Il successo di Taricco nella Provincia Grande è inarrestabile: è attivo a Fossano, Bra, e Savigliano, ma anche in luoghi più periferici come Castelletto Stura e Chiusa Pesio. Il linguaggio del pittore sembra qui esprimersi con un senso di maggiore libertà e inventiva rispetto alle opere che esegue per la capitale del ducato sabaudo dove deve affrontare un difficile confronto con i diversi orientamenti culturali presenti sulla scena torinese.

Storia di un'opera

Ogni opera ha una storia, fatta di ripensamenti dell’artista o del committente, di passaggi di proprietà o del luogo di inserimento... Sono spesso storie che ignoriamo eppure piene di fascino, su cui si potrebbero scrivere romanzi ed opere storiche. Individuarne i passaggi significa ricostruire epoche e contesti molto differenti. Un esempio è la storia di questo quadro: si tratta di un frammento dell’immagine del “Sacro Cuore di Gesù”. Il culto al Sacro Cuore si sviluppa a partire dal XVII secolo, specie in Francia, dove, in pieno Giansenismo (gruppo spirituale che predicava una religione molto rigorosa ed intransigente, presto condannato dalla Chiesa) Gesù comunica, in una serie di apparizioni, la possibilità di una religione semplice, diretta, incentrata sull’amore (il cuore, appunto). Il culto è presto adottato quale vera spiritualità da una serie di ordini e congregazioni religiose. A Cuneo ne sono promotori i frati Cappuccini che espongono nella loro chiesa (sita dove oggi sorge il teatro Toselli) un grande quadro ad olio di cui il volto che oggi rimane non è che un frammento. Con le soppressioni del XIX secolo il quadro va all’asta, come tutti gli altri beni ed arredi degli ordini religiosi. Lo compra la parrocchia di Sant’Ambrogio e lo pone all’interno della chiesa, fondando una compagnia omonima che presto si sviluppa. Con i lavori di inizio ‘900 il quadro trova una nuova collocazione sotto il grande crocifisso, presso un importante altare laterale, ed è al centro di un rinnovato culto, legato all’adorazione eucaristica. Lì rimane fino al 1984, quando viene rubato, in pieno giorno. Alcuni mesi dopo la regolare denuncia è ritrovato già tagliato secondo una misura molto più piccola (più adatta al mercato antiquario) ed ormai per sempre privato degli attributi che lo rendevano individuabile (le mani, il cuore...) e della sua ricca cornice. Documentare brevemente qui i tanti passaggi che lo hanno fatto “vivere e morire” ci fa giungere fino alla sua esposizione in museo che in questo senso sancisce la crisi definitiva dell’opera, ora ridotta ad un frammento totalmente de-contestualizzato e di difficile interpretazione.